Quando entrò per la prima volta nella stanza – non l’ascensore, l’ufficio – indossava una gonna attillata che accarezzava i suoi fianchi a ogni passo e una camicetta nera che lasciava intravedere un accenno di scollatura. Il suo sguardo era tagliente, quasi ostile, mentre mi scrutava, il nuovo tirocinante. «Sono la dottoressa Voss», disse seccamente, «e non tollero errori.» Questo accadde tre settimane fa. Ora sono con lei in questo ascensore. Le luci sfarfallano, poi è buio.
Il pozzo del silenzio
L’illuminazione di emergenza si accende. Un arancio spento ammorbidisce i suoi lineamenti. È appoggiata alla parete, le braccia incrociate, fissa le porte chiuse. «Tipico», mormora, «proprio adesso.» Sento il suo disagio, ma anche qualcos’altro – una tensione che non ha nulla a che fare con il guasto tecnico.

«Quanto durerà?», chiedo, anche se so che lei non lo sa. Alza le spalle. «La chiamata di emergenza è partita. Forse mezz’ora.» Mezz’ora. Con lei. Da soli. Un brivido mi percorre la schiena, ma non per il freddo.
Il silenzio cala, spesso come velluto. Sento il suo respiro, regolare, ma leggermente accelerato. Il mio naso coglie il suo profumo – un accenno di vaniglia e muschio, mescolato all’odore metallico dell’ascensore. Inspiro profondamente, inconsciamente. Lei se ne accorge.
«Che cosa sta facendo?», chiede, la voce tagliente come sempre. Indietreggio. «Niente. Respiro e basta.» Lei ride brevemente, un suono duro. «È nervoso?» Scuoto la testa, ma ha ragione. Sono nervoso. Non per l’ascensore, ma per lei.
La osservo nella luce fioca. Il suo portamento è eretto, quasi militaresco, ma riconosco come le sue dita tamburellano leggermente contro le sue braccia. È inquieta, e questo le conferisce una nota vulnerabile che non ho mai visto prima. In ufficio è sempre l’inavvicinabile, la perfetta. Qui, in questo spazio angusto, sembra più umana.
«Ha un buon profumo», dico a bassa voce, e lei solleva un sopracciglio. «È un complimento o una molestia?», chiede seccamente. Alzo le spalle. «Forse entrambi.» Un debole sorriso le sfiora le labbra, poi distoglie lo sguardo. Sento la tensione tra di noi caricarsi, come elettricità nell’aria.
Il tocco nella penombra
I minuti si dilatano in una massa densa. Mi appoggio accanto a lei, le spalle quasi a toccarsi. Un sussulto – l’ascensore non si mette in moto, ma perdo l’equilibrio e cado contro di lei. La mia mano atterra sul suo fianco, il tessuto della gonna liscio e fresco sotto le mie dita. «Scusa», mormoro e voglio indietreggiare, ma la sua mano si posa sulla mia.
„No“, dice a bassa voce. Non in modo tagliente, ma diverso. Quasi sussurrando. „Resta.“ Il suo sguardo incrocia il mio, e vi vedo qualcosa di nuovo: incertezza, sì, ma anche fame. Preme la mia mano più forte sul suo corpo. „Mi hai fissato per tutto il tempo, vero? In ufficio. Durante le riunioni.“
Deglutisco. La gola è secca. „Sì.“ È inutile negarlo. Lei lo sa. Lo ha sempre saputo. „E tu hai fatto finta di disprezzarmi“, aggiungo. Un sorriso le sfiora le labbra. „Perché mi rendevi nervosa. Lo odio.“ Le sue dita accarezzano il dorso della mia mano, un gesto dolce, quasi tenero.
Prende la mia mano e la guida più in alto, sul suo ventre, fino al seno. Il tessuto della camicetta si tende. „Lo senti?“, chiede. Il mio cuore accelera, un rullo selvaggio di tamburi. Annuisco, incapace di parlare. Il suo capezzolo è duro sotto la seta sottile. Lo sfioro, e il suo respiro si blocca. Un lieve brivido le percorre il corpo.
„Non dovremmo…“, comincio, ma lei mi interrompe con un bacio. Duro, esigente, la sua lingua penetra nella mia bocca, e sento sapore di caffè e qualcosa di dolce. Mi morde leggermente il labbro inferiore, poi si ritrae. „Invece sì. Dovremmo.“ Il suo sguardo è deciso, la maschera della capa è caduta. Afferra il colletto della mia camicia, mi tira più vicino.
„Voglio sentirti“, sussurra, le sue labbra al mio orecchio. Un brivido mi scende lungo la schiena. Le mie mani si spostano sul suo collo, giocano con i sottili capelli lì. Lei chiude gli occhi, si abbandona al mio tocco. Bacio il suo collo, la pelle morbida sotto la sua mascella. Lei geme piano, un suono di abbandono.
„Mi fai impazzire“, dice, la voce roca. „I tuoi sguardi durante la riunione, quando fai finta di prendere appunti, ma in realtà fissi le mie labbra.“ Sorrido, un po’ sorpreso che se ne sia accorta. „Anche tu“, replico, „quando pensi che non lo veda, come tendi i capezzoli sotto la camicetta.“ Lei ride, un suono profondo e caldo che riecheggia nel silenzio.
La prova di forza
Le sue dita, abili come in un gesto familiare, sbottonano i miei pantaloni. Il mio cazzo spunta fuori, già rigido, un asta dura e pulsante che preme contro il tessuto della sua camicetta. Lei lo afferra, la sua mano fresca e salda, e sento le sue dita chiudersi intorno alla mia carne. „Bene“, dice, e la parola mi colpisce come un pugno. Inizia ad accarezzarmi, movimenti lenti e indagatori che mi portano sull’orlo della follia. Appoggio la testa alla parete fredda, chiudo gli occhi, respiro il suo profumo.
La sua mano scivola per l’intera lunghezza del mio cazzo, dal glande turgido fino alla base, dove i miei testicoli pendono pesanti e pieni. Stringe leggermente, e io emetto un gemito gutturale. “Duro, umido, perfetto”, mormora, mentre avvolge le dita attorno al glande e lo strofina. Una goccia spessa di liquido preseminale affiora, e lei la spalma con il pollice sulla punta sensibile. Sussulto al suo tocco, il mio bacino spinge involontariamente contro la sua mano.
“Ne vuoi di più, vero?”, chiede, la sua voce un sussurro rauco. “Sì”, riesco a dire, “dannazione, sì.” Lei sorride, un’espressione lupesca che addolcisce il suo solito volto severo. “Allora mostrami cosa sai fare.” Lascia andare il mio cazzo, fa un passo indietro e si appoggia alla parete dell’ascensore. Le sue mani si muovono verso il proprio corpo mentre mi guarda, gli occhi scuri di desiderio.
Sbottona la camicetta, lentamente, quasi con voluttà, e la lascia scivolare dalle spalle. I suoi seni sono pieni e sodi, in un reggiseno di pizzo nero che copre a malapena i capezzoli. Vedo i suoi capezzoli delinearsi sotto il tessuto, duri e desiderosi. Allunga una mano dietro la schiena, slaccia il reggiseno con un gesto abile, e questo cade a terra. I suoi seni sono nudi, i capezzoli eretti, scuri e umidi.
“Vieni qui”, mi ordina, e io obbedisco. Le mie mani trovano subito i suoi seni, li afferrano, li stringono. La pelle è calda e morbida, i capezzoli duri come piccoli sassolini. Mi chino in avanti e ne prendo uno in bocca, succhiandolo, mentre con la lingua accarezzo la punta sensibile. Lei geme forte, il suono riecheggia nel silenzio dell’ascensore. “Sì, proprio lì”, ansima, le sue dita affondate nei miei capelli, spingono la mia testa più forte contro il suo petto.
Passo all’altro seno, dedicandogli la stessa attenzione, mentre la mia mano scivola tra le sue gambe. La gonna è stretta, ma la sollevo, e trovo il suo slip, già scuro di umidità. Premo il palmo della mano contro di esso, sento il calore che filtra attraverso il tessuto sottile. Lei geme più forte, il suo bacino spinge contro la mia mano. “Sei così bagnata”, sussurro, “così dannatamente umida per me.”
“Smettila di parlare”, sibila, “e continua.” Obbedisco immediatamente. Sposto lo slip di lato e immergo le dita nella sua fessura bagnata. È calda e viscida, le labbra gonfie e aperte. Un dito scivola senza sforzo nella sua fica, e lei ansima, il corpo che si tende. Aggiungo un secondo dito, la dilato, mentre pizzico il suo capezzolo tra le labbra.
«Fottimi con le tue dita», geme, il suo bacino si muove al ritmo delle mie spinte. Sento i suoi muscoli interni contrarsi attorno alle mie dita, stringerle saldamente. Il suo umore scorre lungo la mia mano, gocciola sul pavimento dell’ascensore. È pronta, più che pronta. Tiro fuori le dita e le lecco, assaporando il suo gusto dolce-salato. I suoi occhi si spalancano mentre mi guarda.
«Girati», ordino, e in quel momento non sono più il tirocinante, ma colui che la prende. Esita per un battito di cuore, poi obbedisce. Si gira, si appoggia con le mani al muro, il suo culo perfetto e rotondo sporge verso di me, ancora stretto nella gonna. Colpisco leggermente la sua natica destra, e lei sussulta, geme. «Sì», sussurra, «ancora.»
Colpisco più forte, il suono riecheggia nel vano. La sua pelle arrossisce sotto la mia mano. Lei spinge il culo contro di me, e sento il mio cazzo premere contro la morbida rotondità. Accarezzo il punto dolente con le labbra, lo bacio, lo lecco. Il contrasto tra durezza e tenerezza la rende ancora più eccitata. Si preme contro di me, il suo bacino ruota in cerca.
«Fottimi», implora, la voce roca di desiderio. «Fottimi da dietro. Voglio sentire il tuo cazzo duro dentro di me.» Si tira su la gonna, scoprendo il culo nudo, la fessura umida tra le sue cosce. Mi raddrizzo, il mio cazzo pulsa di desiderio. Guido il glande verso la sua apertura bagnata, lo strofino attraverso le pieghe umide. Lei geme forte, le sue mani si aggrappano al muro.
L’unione nello spazio angusto
«Prendimi», sussurro al suo orecchio, mentre entro lentamente in lei. È così stretta, così calda, la sua fica avvolge il mio cazzo come un pugno. Spingo in profondità dentro di lei, centimetro dopo centimetro, finché non sono completamente dentro di lei. Il mio bacino si preme contro il suo culo, la sua umidità bagna i miei testicoli. Restiamo così, l’intensità del momento quasi travolgente.
«Sì, proprio così», ansima, «riempimi.» Mi ritiro quasi del tutto, finché solo il glande è dentro di lei, poi spingo di nuovo forte. Lo shock della penetrazione la fa urlare. Imposto un ritmo duro e costante, ogni spinta la spinge più a fondo nell’estasi. Le sue tette oscillano sotto di lei, i capezzoli sfregano contro il muro freddo. La afferro da dietro e le prendo i seni, li stringo, pizzico i capezzoli duri.
«Mi fottici così bene», geme, il suo respiro è a scatti. «Il tuo cazzo duro nella mia fica stretta… sento ogni centimetro di te dentro di me.» Spingo più a fondo, più forte, ogni spinta la avvicina al limite. Sento i suoi muscoli interni contrarsi attorno a me, è sul punto di venire. «Vieni per me», sibilo, «lascia andare. Voglio sentire come sussulti intorno a me.»
Lei grida, un suono rozzo, animalesco, mentre l’orgasmo la travolge. La sua fica si contrae attorno al mio cazzo, le onde del piacere mi spremono. Continuo a spingere dentro di lei, prolungando il suo culmine, finché trema e sussulta. Il suo succo mi cola lungo le gambe, l’odore del sesso riempie l’ascensore.
Mi ritiro da lei, il mio cazzo viscido per la sua eccitazione. La giro, la spingo contro il muro e le sollevo una gamba. Le mie mani scivolano sulle sue cosce, fino alla sua fica ancora pulsante. Immergo di nuovo le dita dentro di lei, mentre mi chino e prendo il suo capezzolo in bocca. Lei geme debolmente, ancora stordita dal suo culmine.
“Non ho ancora finito”, mormoro contro la sua pelle. “Voglio leccarti con la mia faccia.” Scivolo giù lungo il suo corpo, mi inginocchio davanti a lei sul pavimento freddo dell’ascensore. Le apro le cosce e immergo la testa tra le sue gambe. La sua fica è rossa e gonfia, ancora bagnata dal suo succo e dalla mia eccitazione. Lecco attraverso la sua fessura, dalla clitoride all’apertura, e lei geme di nuovo, il suo bacino spinge contro la mia faccia.
“Sì, leccami”, ansima, le sue dita nei miei capelli. Avvolgo la sua clitoride con le labbra e ci succhio, mentre spingo due dita in profondità dentro di lei. Lei sussulta subito, il suo corpo si tende sotto la doppia stimolazione. Non mollo, lecco e succhio la sua perla sensibile, mentre le mie dita lavorano nella sua fica bagnata. Sento i muscoli contrarsi attorno alle mie dita, è vicina a un altro orgasmo.
“Vieni ancora per me”, ordino, la mia lingua premuta sulla sua clitoride. Lei esplode, il suo corpo trema, le sue grida echeggiano nel vano. La lecco attraverso il suo culmine, finché non si appoggia esausta al muro, il suo respiro pesante e irregolare.
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