Quando Lara incrociò il suo sguardo nella penombra dello scompartimento – oziosamente chinato su un libro non aperto, il mento appoggiato sulla mano –, seppe che quella notte avrebbe cambiato tutto. Ora il suo peso è su di lei, e il treno sferraglia attraverso l’oscurità toscana, un battito cardiaco metallico che detta il suo respiro. Ma questo è solo l’inizio. Quello che lei non sapeva: quella notte l’avrebbe scossa fino al midollo, la sua fica avrebbe bruciato di brama, e il suo cazzo l’avrebbe scopata così forte da farla urlare il nome del diavolo.

L’incontro
Aveva scelto la cuccetta superiore, una tendina a fessura che prometteva più di quanto nascondesse. Le luci erano abbassate, il controllore era sparito da tempo. Giù, due uomini parlavano: uno, un uomo d’affari, che digitava freneticamente sul telefono; l’altro – Matteo. Conosceva solo il suo nome di battesimo, che le aveva gridato mentre sollevava la valigia nel portabagagli. “Lascia che ti aiuti”, aveva detto, e le sue dita avevano sfiorato la sua mano per un battito di cuore. Da allora portava quel formicolio sulla pelle, una mappa del desiderio, ma anche un caldo e umido tepore tra le gambe, che riusciva a malapena a controllare.
L’uomo d’affari si era addormentato da tempo, il suo leggero russare un basso regolare che riempiva il vagone. Lara osò uno sguardo in basso. Matteo era sdraiato su un fianco, il viso rivolto verso di lei, gli occhi aperti. Sorrideva, un sorriso sottile e caldo che le fece correre un brivido lungo la schiena. Indicò la porta verso il corridoio, una muta domanda. Lui annuì.
Nel corridoio stretto l’aria era più fresca, odorava di metallo e avventura. La porta verso il vagone successivo era aperta, e da fuori proveniva il ritmico ticchettio delle rotaie. Matteo era appoggiato al muro, le braccia incrociate. “Non riesci a dormire?”, chiese, la sua voce un profondo mormorio che echeggiava nel suo ventre. “No”, disse lei, e suonò come un invito che sorprese anche lei. Lui si avvicinò, così vicino che percepì su di lui il profumo di limone e qualcosa di affumicato, mescolato al calore della sua pelle. “Neanch’io.”
Il preludio
La sua mano trovò il suo fianco, la attirò dolcemente a sé. Il treno fece una curva, e lei barcollò contro di lui, i suoi seni premuti contro il suo petto. Lui la sostenne, lasciando la mano sulla sua schiena, le dita che giocavano con l’orlo della sua maglietta. “Attenta”, sussurrò, e la sua bocca era improvvisamente al suo orecchio, il suo respiro caldo e rapido. Il suo corpo reagì prima che la mente lo raggiungesse: i suoi capezzoli si indurirono sotto il tessuto sottile, un umido strattone si diffuse tra le sue gambe, un polso che batteva al ritmo delle ruote. La sua fica divenne umida, un caldo e appiccicoso flusso che inzuppò i suoi jeans. Sentì le sue labbra gonfiarsi, prepararsi al tocco che sarebbe arrivato.
Lei girò la testa, le sue labbra incontrarono le sue. Il bacio fu morbido, esplorativo, poi più esigente. La sua lingua scivolò sul suo labbro inferiore, e lei si aprì per lui, lo lasciò entrare. I loro respiri si mescolarono, caldi e frettolosi, un sussurro di lingue e denti. La sua mano scese più in basso, afferrò il suo fondoschiena, la strinse più forte a sé. Lei sentì la sua eccitazione, una pressione dura contro il suo ventre, che la rese ancora più umida. Premette i fianchi contro di lui, un desiderio silenzioso, e lui gemette piano, la mano scivolò sotto le sue mutandine, le dita sfiorarono la fessura umida. Lei si morse il labbro per non gemere ad alta voce. Le sue dita trovarono la sua fessura bagnata, e lui gemette quando sentì il calore e l’umidità. “Sei così bagnata, Lara”, sussurrò, la sua voce un ringhio roco. “Voglio scoparti così forte da farti dimenticare il treno.”
“Non qui”, mormorò lei contro la sua bocca, la voce roca di desiderio. Lui le prese la mano, la condusse lungo il corridoio verso il bagno in fondo al vagone. Lo spazio era stretto, la luce cruda, le pareti fredde. Lui chiuse la porta, girò il chiavistello. Per un momento rimasero uno di fronte all’altra, ansimanti, l’aria che crepitava di tensione. Poi lui rise piano. “Più romantico di così si muore.” Lei rise con lui, un risolino nervoso che si spense in un sospiro quando lui la attirò a sé e le coprì il collo di baci, le sue labbra una scia calda dal lobo dell’orecchio alla clavicola. Lei affondò le dita nella sua camicia, lo tirò più vicino, sentì il calore della sua pelle attraverso il tessuto. Le sue mani tremavano mentre tirava la sua cintura, impaziente, avida.
Il pompino
Lui fece scivolare le mani sotto la sua maglietta, accarezzandole la schiena, la pelle morbida sopra le costole, lungo le vertebre. Lei si strinse a lui, affondò le dita nei suoi folti capelli neri, che le si avvolgevano setosi intorno alle dita. Quando lui sganciò la chiusura del suo reggiseno, a lei sfuggì un suono sommesso. Il tessuto cadde, e le sue mani le avvolsero i seni, i pollici che tracciavano cerchi sui capezzoli induriti, finché non sembrarono gonfiarsi sotto le sue carezze. Lei gettò indietro la testa, gli offrì il seno, e lui si chinò, prese un capezzolo in bocca, succhiò dolcemente, finché lei non si inarcò di piacere. Le sue dita si conficcarono nelle sue spalle, mentre la sua lingua girava, accarezzava la punta, e poi si dedicava all’altro seno, senza trascurarne nessuno. I suoi capezzoli erano duri come piccole pietre, e ogni suzione mandava una scossa elettrica attraverso il suo corpo, dritta nella sua fica fradicia.
Tirò la sua cintura, impaziente, le dita tremanti per la brama. Lui l’aiutò ad aprirgli i pantaloni, la cerniera ronzò piano. La sua erezione premeva contro il tessuto dei boxer, una pressione calda e viva. Lei scostò il tessuto, lo afferrò, fece scorrere le dita sulla pelle liscia e calda, sentendo ogni pulsazione. Il suo cazzo era lungo e grosso, il glande turgido e rosso, il prepuzio retratto. Lui gemette, premendo la fronte contro la sua. «Mi fai impazzire». Lei lasciò scorrere la mano su e giù, lentamente, godendo del peso, del calore, del lieve tremore dei suoi muscoli sotto il suo tocco. Una goccia di liquido pre-eiaculatorio scivolò sulle sue dita, e lei la spalmò sul glande, rendendolo ancora più scivoloso. Il suo respiro si fece più rapido, e lui si morse il labbro inferiore, gli occhi chiusi.
Poi fu lei a prendere il controllo. Lo girò, lo spinse contro la parete fredda, si lasciò cadere in ginocchio. Il pavimento ondeggiava sotto di lei, il treno curvava, ma lei trovò appoggio sulle sue cosce, i muscoli tesi sotto le sue dita. Lo prese in bocca, lentamente, godendo del peso sulla lingua, del sapore salato della sua pelle. Il suo cazzo riempiva la sua bocca, e lei lo lasciò scivolare in profondità, finché le sue labbra non raggiunsero la base. La sua mano era sul suo collo, non insistente, solo lì, un’ancora silenziosa. Lei sentì come lui si tendeva, come il suo respiro si bloccava, mentre lei scendeva più in profondità. «Così bene», sussurrò lui, la voce roca. Lei riemerse, respirò brevemente, poi lo riprese tutto, le sue labbra lo avvolgevano strette, la lingua giocava sulla punta sensibile. Succhiò forte, facendo incavare le guance, mentre tirava fuori il suo cazzo dalla bocca, solo per spingerlo di nuovo in profondità. I rumori erano schioccanti, umidi, si mescolavano al ritmico sferragliare del treno. Lei sentì come i suoi testicoli battevano contro il suo mento, e ne prese uno in bocca, lo leccò dolcemente, prima di tornare al suo cazzo. I suoi gemiti si fecero più forti, i suoi fianchi iniziarono a muoversi, una lieve spinta nella sua bocca. «Cazzo, Lara, mi succhi così dannatamente bene», ansimò lui.
Lei lo lasciò scivolare fuori dalla sua bocca, leccò il glande, godendo del sapore del desiderio e del sudore. Poi si alzò, le sue gambe tremanti per l’eccitazione. Si tolse la maglietta, lasciandola cadere a terra, poi i jeans, lo slip. Stava nuda davanti a lui, i suoi seni pesanti, i capezzoli duri, il pube umido e scuro. Lei vide come il suo sguardo scivolava sul suo corpo, e sentì la sua fica farsi ancora più bagnata.
Lui le si avvicinò, la girò, la spinse contro il muro. Le sue mani trovarono i suoi fianchi, la tirarono leggermente all’indietro, finché lei non si piegò in avanti, con le mani appoggiate contro la parete fredda. Il suo culo sporgeva verso di lui, rotondo e sodo, e lui gemette piano. «Così ti voglio», sussurrò, e le sue mani accarezzarono le sue natiche, le dita scivolarono nella fessura, trovarono la sua fica bagnata. Lei sussultò quando le sue dita penetrarono dentro di lei, prima uno, poi due. Erano lunghe e sottili e la riempivano, mentre lei si adattava al ritmo del treno. «Fammi finire», ansimò, la sua voce una supplica roca. «Scopami forte.»
Lui tirò fuori le dita, le leccò, assaporando il suo gusto. Poi guidò il suo cazzo verso la sua fica, strofinò il glande sulle sue labbra bagnate, la lasciò cavalcare sulla punta senza penetrare. Lei gemette, spinse il culo contro di lui, cercando di costringerlo dentro di sé. «Ti prego», implorò. «Voglio sentire il tuo cazzo duro dentro di me.»
Lui sorrise, poi spinse. Una lunga, profonda spinta che scosse il suo corpo. Il suo cazzo scivolò nella sua fica bagnata, la riempì completamente, premette contro il suo utero. Lei urlò, un grido forte e incontrollato che echeggiò nello spazio angusto. Lui iniziò a scopare, duro e veloce, ogni spinta un colpo di martello che la schiacciava contro il muro. Il treno sferragliava, e lei cavalcava il movimento, i suoi fianchi incontravano i suoi, un ritmo umido e schioccante che sovrastava il rumore delle rotaie. «Sì, scopami», gemette. «Scopami forte, Mattéo, rendimi la tua puttana.»
Le sue mani afferrarono la sua vita, la tirarono su di lui a ogni spinta. Il suo culo sbatteva contro le sue cosce, e i rumori erano osceni, umidi e forti. Lei sentì il suo cazzo pulsare dentro di lei, come la dilatava, come ogni nervo nella sua fica bruciava. Gettò indietro la testa, i capelli incollati al viso, il respiro ansimante. «Vengo», urlò. «Vengo, Mattéo, scopami finché non vengo.»
Lui si chinò su di lei, il petto contro la sua schiena, la bocca al suo orecchio. «Vieni per me, Lara. Fammi sentire che vieni.» La sua mano scivolò tra le sue gambe, trovò il suo clitoride, lo strofinò forte, mentre continuava a spingere dentro di lei. Fu troppo. Il suo corpo si tese, la sua fica si contrasse attorno al suo cazzo, e il suo orgasmo esplose attraverso di lei, un violento, ondulante tremore che la premette contro il muro. Lei urlò il suo nome, i suoi muscoli sussultarono, e sentì il suo fluido scorrere sui suoi fianchi.
Non le diede il tempo di riprendersi. Sfilò il cazzo dalla sua fica pulsante, la girò e le sollevò le gambe sopra le spalle. Ora era sdraiata sulla schiena, sul pavimento freddo, con le gambe divaricate, la sua fica umida offerta a lui. Lui penetrò di nuovo, e questa volta lei lo sentì ancora più profondo, l’angolazione ancora più intensa. La scopò con colpi lenti e profondi, le sue palle che battevano contro il suo perineo, e lei sentì il suo cazzo premere contro il suo utero. «Sei una puttana vogliosa», ringhiò lui. «Vuoi il mio sperma, vero?» Lei annuì, incapace di parlare. «Sì, lo voglio. Sborra dentro di me, mettimi incinta, voglio sentirti dentro di me.»
Lui accelerò, i suoi colpi divennero più violenti, il suo respiro un ringhio ansimante. I suoi muscoli si tesero, e lei sentì che veniva. Il suo sperma le schizzò dentro, caldo e denso, un’ondata che riempì la sua fica. Lui gemette forte, il suo corpo tremò mentre si riversava dentro di lei, un orgasmo lungo e prolungato che lo scosse. Lei giaceva sotto di lui, senza fiato, la sua fica che pulsava attorno al suo cazzo, mentre il suo sperma colava fuori da lei, gocciolando sul pavimento.
Lui rimase dentro di lei, il suo cazzo ancora mezzo duro, i loro respiri che si univano nell’aria fresca. Il treno sferragliava avanti, il mondo esterno dimenticato. Lei giaceva tra le sue braccia, sul pavimento freddo del bagno del treno, e sapeva che quella notte aveva davvero cambiato tutto. Era la sua troia, la sua puttana, e lo amava. Sarebbe stata sua per sempre. Il treno proseguiva nella notte toscana, ma per lei non esisteva più nient’altro che il ritmo delle rotaie, il battito del piacere, che non sarebbe mai finito.
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