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Alla finestra del seminario

Racconti Relazione · circa 10 min di lettura · Vietato ai minori di 18

«Hai ancora lo stesso aspetto di quando avevi diciassette anni.» La sua risata – quel suono profondo e caldo che conoscevo così bene – mi fece sorridere involontariamente.

«Bugiardo. Ho almeno tre rughe in più.» Bevvi un sorso di vino e posai il bicchiere sul davanzale. L’aula del seminario si era svuotata, gli altri partecipanti erano già a cena. Eravamo rimasti solo noi due – in qualche modo.

Riconoscimento

Appoggiato, mentre mi guardava, con quella testa inclinata di lato, quello sguardo che un tempo mi attraversava. «Ti sei tagliata i capelli diversamente. Ti sta bene. E non porti più vestiti di seconda mano.»

«I tempi cambiano.» Alzai le spalle. «Anche tu. Hai davvero fondato un’azienda?»

«Due, anzi. Una è fallita.» Rise di nuovo, ma questa volta sentii una nota di malinconia. «E tu? Ti sei sposata. Un avvocato, ho sentito.»

«Sì.» La parola rimase sospesa tra noi, pesante e in qualche modo insignificante. Guardai le mie mani, intrecciate. «Da cinque anni.»

«Sei felice?»

La domanda mi colse di sorpresa. Alzai la testa e incontrai i suoi occhi, quel marrone profondo che mi aveva fatto impazzire già da adolescente. «Perché me lo chiedi?»

«Perché ti conoscevo prima. Eri sempre così piena di progetti, così selvaggia. Adesso…» Fece una pausa, cercando le parole. «Adesso sembri più calma. Ma mi chiedo se sei ancora la stessa.»

Sentii il calore salirmi alle guance. «Si cambia.»

«Alcune cose no.» Fece un passo avanti. Abbastanza vicino da percepire il suo odore – muschio, sapone e qualcosa di aspro che associavo a lui da quando avevo sedici anni. «Ti ricordi quell’estate, allora? Quando di notte scivolavamo fino al lago e andavamo a nuotare?»

«Smettila.» La mia voce suonò rauca. «È passato molto tempo.»

«Non per me.» La sua mano toccò il mio braccio – leggera, quasi per caso. «Ho sempre pensato che noi…»

«Eravamo amici», lo interruppi. «Buoni amici.»

«Sì. Ma c’era di più. Lo sai.»

Scossi la testa, ma il cuore mi batteva contro le costole. «È complicato. Sono sposata.»

«Lo so.» Lasciò cadere la mano. «Mi dispiace. Non volevo…» Sospirò. «Andiamo a cena. Da vecchi amici.»

Avvicinamento

La cena si protrasse. Eravamo seduti uno di fronte all’altra in un piccolo ristorante italiano, circondati dagli altri partecipanti al seminario, ma quasi non li notavo. La sua voce, la sua risata, il modo in cui faceva roteare il vino nel bicchiere – tutto di lui era familiare eppure emozionantemente nuovo. Parlammo dei vecchi tempi, degli insegnanti che odiavamo, delle feste, dei nostri primi amori. Ogni parola apriva una nuova ferita, faceva riaffiorare ricordi che credevo sepolti.

A un certo punto, sotto il tavolo, cercò la mia mano. Sussultai, ma non la ritrassi. Le sue dita erano calde, il palmo ruvido. Accarezzò il dorso della mia mano con il pollice – lentamente, a cerchi.

«Che fai?», sussurrai, senza guardarlo.

«Niente», sussurrò lui. «Solo… mi sei mancata.»

Mi morsi il labbro. Il mio corpo reagiva al suo tocco come se non avessi mai conosciuto un altro uomo. Una pulsazione si accese, profonda dentro di me, e sentii i miei capezzoli indurirsi sotto la stoffa sottile della camicetta.

«Dovremmo andare», dissi con voce rauca. «Gli altri se ne accorgeranno…»

Lui lasciò andare la mia mano, annuì. Pagammo e uscimmo dal ristorante. La via del ritorno alla casa del seminario attraversava un piccolo parco. Gli alberi proiettavano ombre lunghe al chiaro di luna. Faceva fresco, l’estate volgeva al termine.

«Possiamo camminare ancora un po’?», chiese.

Annuii, anche se sapevo che avrei dovuto dire di no. Camminavamo fianco a fianco, le nostre spalle si sfioravano ogni tanto. Sentivo il calore del suo corpo, ascoltavo il suo respiro. Era come se gli anni tra di noi fossero cancellati.

Si fermò davanti a una panchina. «Sediamoci? Il cielo è limpido.»

Esitai, poi mi lasciai cadere accanto a lui. Lui mise un braccio intorno alle mie spalle, mi attirò a sé. La sua bocca era vicina al mio orecchio, il suo respiro solleticava la mia pelle.

«Mi sei mancata così tanto», ripeté, e questa volta suonò come una confessione.

Girai la testa, lo guardai. Al chiaro di luna i suoi lineamenti sembravano più morbidi, più giovani. «Anche tu», sussurrai, e in quel momento seppi che era la verità.

Le sue labbra trovarono le mie. Il bacio iniziò dolce, esitante, come se stesse tastando il terreno. Lo lasciai accadere, sentii la mia bocca aprirsi, la sua lingua insinuarsi cautamente. Sapeva di vino rosso e menta. Le mie mani si infilarono nei suoi capelli, così morbidi come li ricordavo. Un gemito mi sfuggì, e lui mi strinse più forte a sé.

«Ti voglio», sussurrò tra un bacio e l’altro. «Adesso. Qui.»

«Qui? Qualcuno potrebbe…»

«Non c’è nessuno.» La sua mano scivolò sotto la mia camicetta, sul mio ventre, verso l’alto. Mi afferrò il seno, strofinò il pollice sulla punta sensibile. Mi inarcai, premendomi contro la sua mano.

«Andiamo in camera», dissi a fatica. «Per favore.»

Desiderio scatenato

Corremmo quasi per tutto il tragitto fino alla casa del seminario, su per le scale, lungo il corridoio. Davanti alla porta della sua camera si fermò, armeggiando con la carta. Io mi appoggiai al muro, sentivo il cuore battermi fino in gola. Quando la porta si aprì, mi trascinò dentro e chiuse a chiave alle nostre spalle.

Poi fummo soli. La stanza era piccola – un letto, una scrivania, una finestra sul parco. Lui mi lasciò andare, mi guardò. I suoi occhi erano scuri, il suo respiro era rapido.

«Sei sicura?», chiese.

Invece di rispondere, afferrai la sua camicia, la sbottonai. Bottone dopo bottone, mentre lui restava immobile. Quando gli scoprii il petto, passai le dita lungo le linee dei suoi muscoli, sulla pelle morbida. Lui sussultò quando accarezzai i suoi capezzoli.

«Anche tu», dissi. «Spogliati.»

Lui obbedì. Mentre si toglieva la camicia, io sbottonai la mia blusa, la lasciai scivolare a terra. Il mio reggiseno seguì. Lui si avvicinò, mi afferrò i seni con entrambe le mani, si chinò e prese un capezzolo in bocca. Io ansimai quando la sua lingua sfiorò il punto duro, quando vi succhiò dolcemente. Le mie mani si affondarono nei suoi capelli, lo tennero stretto, mentre ondate di calore mi attraversavano.

Lui non mollò, passò all’altro seno, lo accarezzò con la stessa devozione. Sentii l’umidità salire tra le mie gambe, come i miei jeans si tendessero. Volevo sentirlo, tutto.

«Ti voglio dentro di me», esclamai.

Lui si raddrizzò, sorrise con quel vecchio sorriso che mi faceva ribollire il sangue nelle vene. «Presto.» Mi lasciò andare, fece un passo indietro e aprì la cintura. I pantaloni caddero, poi i boxer. Il suo membro era eretto, il glande lucido di umidità.

Deglutii. Era bello, proprio come lo ricordavo, forse ancora più pieno. Allungai la mano, lo afferrai, passai il pollice sulla punta. Lui gemette, e quel suono mi rese ancora più umida.

«Voglio assaggiarti», dissi, e mi inginocchiai davanti a lui. Lo guardai in su mentre aprivo la bocca e lo accoglievo. Il suo sapore – salato, maschile – si diffuse sulla mia lingua. Muovevo la testa avanti e indietro, lo stringevo saldamente con le labbra, facevo roteare la lingua intorno al glande. Le sue mani si aggrapparono ai miei capelli, non con forza, ma in modo esigente.

«Sì, così…», ansimò. «Sembra…» Tacque quando andai più a fondo, quasi facendolo sparire del tutto nella mia bocca. Sentii come urtasse contro il fondo della mia gola, come sussultasse. Lo tirai fuori, leccai lungo la parte inferiore mentre con la mano massaggiavo l’asta.

«Alzati», mi pregò. «Voglio essere dentro di te.»

Mi alzai, e lui mi girò, mi spinse contro il muro. Le sue mani sbottonarono i miei pantaloni, abbassarono la cerniera, spinsero jeans e slip oltre i miei fianchi. Ne uscii, e subito sentii le sue dita tra le mie gambe, che scivolavano attraverso le pieghe umide, che mi aprivano.

«Sei bagnata», mormorò contro il mio collo. «Per me.»

«Sì», sussurrai. «Solo per te.»

Mi penetrò con un dito, lentamente, mentre mi mordeva la nuca. Ansai, spingendomi contro la sua mano. Un secondo dito si aggiunse, e sentii come mi dilatavano, come mi chiudevo intorno a loro. Li mosse dentro di me, trovò il punto che mi fece vacillare, e gemetti forte.

«Non… non così», balbettai. «Ti voglio.»

Lui estrasse le dita, le leccò mentre mi guardava. Poi mi sollevò una gamba, la avvolse attorno al suo fianco, e sentii la punta del suo membro al mio ingresso. Per un attimo esitò, mi guardò negli occhi. Annuii.

Lui spinse.

Un grido mi sfuggì quando entrò in me, riempiendomi, dilatandomi. Fu un dolore che si tramutò subito in piacere, una sensazione di pienezza che non conoscevo da tempo. Rimase fermo, lasciandomi adattare, poi cominciò a muoversi. Spinte lente e profonde, che mi premevano contro il muro, che mi scuotevano.

«Oh Dio», ansimai. «Sì…»

Accelerò il ritmo, affondò le dita nei miei fianchi, tirandomi sul suo cazzo, sempre più a fondo a ogni spinta. Sentii l’eccitazione crescere dentro di me, come un nodo che si stringeva. Le mie mani si aggrapparono alle sue spalle, le unghie si conficcarono nella sua pelle.

«Vieni con me», ringhiò, il suo respiro caldo al mio orecchio. «Voglio sentirti venire.»

Il suo ritmo divenne irregolare, e sentii che si perdeva. Questo mi spinse oltre il limite. Il piacere esplose dentro di me, ondata dopo ondata, e urlai il suo nome mentre il mio corpo si contraeva intorno a lui, lo avvolgeva, lo tratteneva. Lui gemette forte, e sentii che si riversava dentro di me, caldo e pulsante.

Risonanza

Cademmo a terra, intrecciati, ansimanti, madidi di sudore. Mi attirò a sé, mi baciò la fronte, la tempia. Sentii il suo cuore battere contro il mio, rallentando lentamente.

«È stato…», cominciò.

«Sì», dissi. «Lo è stato.»

Rimanemmo a lungo così, senza parlare. La luna filtrava dalla finestra, disegnando un motivo sul pavimento. A un certo punto si alzò, prese una coperta, la stese su di noi. Mi rannicchiai contro di lui, la guancia sul suo petto.

«E adesso?», chiesi piano.

«Non lo so.» Mi accarezzò i capelli. «Ma voglio rivederti.»

Chiusi gli occhi. Le parole di mio marito, gli obblighi, la sicurezza della mia vita – tutto sembrava lontano. Qui, tra le sue braccia, mi sentivo viva, come non mi sentivo da tempo.

«Forse una volta sola», sussurrai. Ma sapevo che non sarebbe rimasto così.

Lui mi strinse più forte a sé, e sentii la sua mano scorrermi sulla schiena, tracciando nuovi cerchi, facendo nuove promesse.

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