Il ronzio del laptop è l’unica cosa che spezza il silenzio, finché il respiro di Mona non lo sovrasta – superficiale, rapido, un cane da caccia che fiuta la preda. Lei siede al buio, la luce bluastra dello schermo ne traccia i contorni, ogni linea del suo volto immersa nell’ombra. Sul display: il viso di Ben, a fuoco, ogni poro visibile, i peli della barba che stamattina si è perso. Si è leccato le labbra, un riflesso che lei conosce. Lei sente il suo inspirare – più profondo del necessario – e avverte la sua fica inumidirsi. Un caldo flusso si raccoglie tra le sue cosce, e lei stringe le gambe per godersi l’attrito. Le sue mutandine si inzuppano della sua umidità, aderendo alla sua fessura.

L’attesa
Tre settimane dall’ultimo incontro. Tre settimane di messaggi vocali, di tenerezze rimandate, di una litania di mancanza. Mona ha smesso di contare quante volte ha preso la sua maglietta dall’armadio per premere il tessuto contro il viso, finché non odorava più di niente se non di detersivo e del debole eco di lui. Ora lui è seduto davanti a lei, virtuale, ma più vicino che mai. La sua voce gracchia nell’altoparlante: «Ehi». «Ehi», risponde lei, e la parola trema, una foglia al vento. I suoi capezzoli si tendono sotto il tessuto sottile della camicia, due duri germogli che premono contro il cotone. Sente il cuore martellarle contro le costole, un ritmo selvaggio e impetuoso.
Lui si appoggia all’indietro, la camicia tesa sulle spalle, e lei vede la vena sul suo collo pulsare – un secondo cuore. «Mi sei mancata», dice lui, e le parole sono una confessione che striscia sotto la pelle. «Mostrami quanto», sussurra lei, e la frase resta sospesa tra loro, pesante e dolce, come frutta matura che aspetta di essere colta. Lei infila una mano sotto la camicia, lascia che le dita vaghino sul suo ventre piatto, avvicinandosi all’elastico delle mutandine. Il tessuto è umido, aderisce alla sua fica, e lei può sentire l’odore dolce e salato della propria eccitazione.
Mona si sporge in avanti, il suo seno sfiora quasi il bordo del tavolo, e sente il cuore martellarle contro le costole. Fa un respiro profondo, cattura il suo odore che non c’è, che lei immagina – un misto di sapone, sudore e qualcosa di affumicato. Il suo corpo reagisce prima che la mente pensi: i capezzoli si tendono, un caldo strattone si diffonde nel suo grembo. Lei si agita sulla sedia, il tessuto delle mutandine sfrega contro la sua pelle sensibile, e gode del leggero attrito. Sente la sua fica iniziare a pulsare, le labbra si gonfiano, diventano spesse e sensibili. Una goccia di umidità le scorre lungo la coscia, e lei trema leggermente.
Ben solleva la fotocamera, la fa scorrere lentamente lungo il suo collo, il pomo d’Adamo che sobbalza mentre deglutisce, giù fino al petto, dove la camicia si apre. Mona segue ogni movimento, le sue pupille dilatate, l’oscurità della stanza assorbe la luce. Sente il calore che sale dal suo stesso corpo, il calore umido tra le sue cosce. Oggi non si è trattenuta: uno slip di pizzo sottile, i seni liberi sotto la camicia sbottonata con noncuranza. Apre un bottone, poi un secondo – il tessuto si apre, rivelando la curva del suo seno, la punta dura che preme contro la stoffa. I suoi seni sono pesanti, pieni, i capezzoli di un rosso profondo e duri, pronti per la sua bocca.
Il respiro di Ben si blocca. Un suono, a metà tra un sospiro e un gemito. «Mona…», mormora, e il suo nome nella sua bocca è come un tocco – lui la tocca, accarezza la sua pelle. Lei posa il palmo della mano sul petto, sente il battito del cuore sotto la pelle sottile, selvaggio e impetuoso. «Voglio che tu mi veda», dice a bassa voce. «Tutta. Completamente.» Prende il suo capezzolo tra pollice e indice, preme delicatamente, e un brivido di piacere le attraversa il corpo, dritto nella sua fica. Geme piano, un suono che riecheggia nella stanza buia.
Si lascia scivolare la camicia dalle spalle, la lascia cadere a terra con noncuranza. I suoi seni si sollevano e si abbassano a ogni respiro, i capezzoli duri, eretti, due piccole torri. Lo sguardo di Ben è caldo, affamato, un fuoco che la scalda dall’interno. Lei vede come lui si sistema sulla sedia, apre la cintura, abbassa la cerniera. La sua mano scompare nei pantaloni, e lei può vedere i contorni dei suoi movimenti. «Sei così bella», riesce a dire, e il complimento la colpisce in profondità, lì dove rode il desiderio, una dolce puntura. Lei sa che tiene il suo cazzo in mano, che lo accarezza, lo strofina, lo prepara per lei.
L’avvicinamento
Le dita di Mona vagano sulle sue costole, sentono le ossa sotto la pelle, scendono lungo il ventre, giocano sull’orlo dello slip. Chiude gli occhi, immagina che siano le sue mani – ruvide, esigenti, tenere. «Dimmi cosa faresti», sussurra. «Se fossi lì accanto a te adesso. Se potessi toccarmi.» Infila la mano sotto il tessuto del suo slip, si immerge nella fessura umida e scivolosa. Le sue dita scivolano attraverso l’umidità, sopra le labbra gonfie fino al clitoride sensibile. Lo circonda lentamente, lasciando che il piacere scorra a ondate attraverso il suo corpo.
Ben si sporge in avanti, la voce rauca, come ghiaia sotto i piedi: “Ti stenderei sul letto, molto dolcemente, e poi bacierei i tuoi seni. Ogni punto, ogni millimetro, finché non tremi. Farei roteare la mia lingua intorno ai tuoi capezzoli, finché non inarchi la schiena.” Le sue parole dipingono immagini nella sua mente, fanno restringere il vuoto tra di loro, finché non è solo un soffio. Mona geme forte, sposta del tutto il perizoma di lato, immerge un dito nella sua fica umida. Le pareti della sua vagina sono calde, viscide, e sente i suoi muscoli contrarsi intorno al dito, dargli il benvenuto. “E poi?”, chiede, le dita che ruotano, lente, così lente che fa male. Infila un secondo dito dentro, sente la sua fica allargarsi, chiudersi intorno alle dita.
“Poi scenderei più in profondità”, dice lui, e la sua mano scompare sotto l’elastico dei pantaloni, iniziano i movimenti, un ritmo che lei può solo immaginare. Sente il rumore leggero e umido della sua mano che strofina il suo cazzo. “Aprirei le tue gambe, ti assaggerei, immergerei la mia lingua in te, finché non riesci più a pensare. Finché non ci sono solo io, solo noi.” Il suo respiro è a scatti, la telecamera trema, l’immagine sfarfalla. Mona vede come si muove, e l’idea che anche lui si stia toccando, che la sua mano sia chiusa intorno al suo cazzo duro e grosso, la spinge, un motore che non vuole più fermarsi. Sente l’odore del suo stesso succo che le appiccica alle dita, e immagina come sarebbe il suo cazzo nella sua mano – caldo, pulsante, pronto.
Lei apre di più le gambe, scivola in avanti sulla sedia, finché il suo fianco non tocca il bordo. Prende la telecamera in mano, la punta verso il suo grembo, dove il perizoma è umido e trasparente. “Vedi cosa mi fai fare?”, sussurra. Tira da parte il tessuto bagnato e gli mostra la sua fica gonfia e umida, le labbra della vulva gonfie e rosso scuro, il clitoride duro ed eretto. Un sottile filo di umidità collega le sue dita alla sua fessura. Ben geme forte, un suono che gli esce dalla gola. “Sì, Mona, lo vedo. Sei così bagnata. Per me.” La sua mano ora lavora più veloce, il ritmo accelera. “Mi fai diventare così eccitato”, ansima.
Sposta lo slip di lato, scoprendo la sua fessura umida. La luce dello schermo brilla sulla sua pelle. Infila un dito, in profondità nella sua fica, sente come le calde pareti lo avvolgono, come si contraggono attorno a lui. Lo tira fuori lentamente, mostrandogli l’umidità luccicante che aderisce al suo dito. “Assaggia”, dice, portandosi il dito alla bocca. Assapora se stessa, salata e dolce, e chiude gli occhi. “Vorrei che fossi tu. Vorrei che il tuo cazzo fosse dentro di me ora, profondo dentro di me.” Si lecca il dito pulito, godendosi il proprio sapore, mescolato all’immagine del suo cazzo.
L’Incandescenza
Mona si sdraia sulla sedia, il legno fresco contro la sua pelle nuda, spalanca le gambe, punta la telecamera direttamente tra le sue cosce. L’immagine è morbida, sfocata, ma il gesto è chiaro: un’offerta, un invito. Infila due dita nella sua fica, geme forte mentre le dita penetrano nella calda e bagnata strettezza. I suoi fianchi si sollevano incontro al ritmo della sua mano, mentre spinge le dita in profondità nella sua fica, lentamente, poi più velocemente, sempre più a fondo. “Guardami, Ben”, ansima. “Guarda come mi scopo per te. Per il tuo cazzo.”
I gemiti di Ben diventano più forti, la sua mano lavora ora selvaggiamente, l’immagine trema, e lei può sentire il rumore umido della sua mano sul suo cazzo. “Sì, Mona, continua, sono così vicino, voglio venirti addosso, voglio coprirti con il mio sperma”, geme lui. Il suo viso è rosso, i suoi occhi chiusi, la bocca aperta. Lei vede i muscoli del suo avambraccio tendersi, tutto il suo corpo irrigidirsi, pronto all’esplosione.
Mona si scopa più velocemente, più a fondo, le sue dita sono profonde nella sua fica, e sente l’orgasmo costruirsi, un’onda di piacere che sale dalle sue dita dei piedi, attraverso le sue gambe, attraverso il suo grembo. La sua fica si contrae, avvolgendo le sue dita, un assaggio di ciò che verrà. I suoi seni sobbalzano ad ogni movimento, i capezzoli duri ed eretti. Si strofina il pollice sul clitoride, direttamente sulla punta sensibile, e lo shock di piacere la fa urlare. “Vengo, Ben, vengo!”, grida, e il suo corpo trema mentre la prima ondata di orgasmo la attraversa. Le sue dita sono profonde nella sua fica mentre i muscoli si contraggono ritmicamente, ancora e ancora, e lei sente l’umidità fluire da lei, calda e abbondante. La contrazione della sua fica è incontrollata, una danza selvaggia di piacere.
Ben geme forte, un grido animalesco che gli esce dalla gola. “Mona! Vengo!”, urla, e lei vede il suo corpo tendersi, come trattiene il respiro, e poi esplode. Il getto del suo sperma schizza dal suo cazzo, visibile alla luce dello schermo, un forte getto bianco che colpisce la sua camicia, il tavolo, la telecamera. Un secondo getto segue, poi un terzo, più sottile, mentre il suo orgasmo si attenua. Il suo respiro è pesante, a scatti, il suo corpo trema ancora. Lei sente il rumore leggero e umido della sua mano che spreme l’ultimo resto dal suo cazzo.
Mona giace lì, le dita ancora nella sua fica umida e stanca, le gambe spalancate, il suo corpo trema leggermente, l’orgasmo ancora nelle sue membra. Chiude gli occhi, respira profondamente, sente il calore scorrere attraverso il suo corpo. “Vorrei che tu fossi qui”, sussurra, la voce rauca per le grida. “Vorrei sentire il tuo cazzo dentro di me, il tuo succo dentro di me.” Tira fuori lentamente le dita dalla sua fica, le annusa, coglie l’odore dolce e pungente del suo piacere. Le lecca pulite, assaggia se stessa, un ultimo ricordo di ciò che è stato.
Ben si appoggia all’indietro, la camicia piena di sperma, il viso rilassato, un sorriso sulle labbra. “Anch’io”, dice a bassa voce. “La prossima volta, Mona. La prossima volta.” Lei annuisce, l’immagine tremola, la connessione rimane. Il bagliore dello schermo proietta le loro ombre sul muro, due corpi, uniti dalla luce e dal desiderio. Non spegne il laptop, ma resta sdraiata, gli occhi fissi sul suo viso, sente l’ultima ondata di eccitazione strisciare attraverso il suo corpo. Il suo battito cardiaco si calma lentamente, e lei gode del silenzio che la circonda, l’unico ricordo di ciò che hanno fatto. Chiude gli occhi, il profumo della sua eccitazione ancora nell’aria, l’immagine del suo viso impressa sulla sua retina, e sa che stanotte non dormirà, ma continuerà a sognare il suo cazzo dentro di lei, la sua lingua sulla sua pelle, il suo corpo sul suo.
Le voci della community
Ancora nessuna voce — di’ per prima che cosa ti ha eccitata.
