Perché diavolo sono qui?, pensa Lena, mentre scuote la pioggia dalla giacca. Il bar due strade più in là – un posto che ha evitato per tre anni. Ma stasera, dopo la terza bottiglia di vino da sola a casa, sembrava una buona idea. Un’idea folle, impulsiva, assolutamente idiota. Il suo polso martella contro il colletto del cappotto bagnato, mentre la porta si chiude alle sue spalle – un rintocco che squarcia il passato.

L’aria odora di birra e ricordi stantii. Si siede al bancone, ordina un gin tonic. Il barista, un tipo con l’orecchino d’argento, la scruta un attimo – uno sguardo indagatore che registra i suoi capelli umidi e il rossore sulle sue guance –, poi torna a occuparsi dei bicchieri. Lena sorseggia il drink, che giace amaro sulla lingua come tutte le parole non dette. L’alcol si diffonde caldo nel suo petto, una brace gentile che scioglie lentamente le sue inibizioni. Sente le sue cosce aprirsi leggermente sotto la gonna, un movimento incontrollato che chiede di più.
«Lena?»
Quella voce. Quell’unica voce che non ha mai dimenticato del tutto, che si è insinuata nella sua memoria come acido. Si gira. Jan è lì, a mezzo metro di distanza, con lo stesso sorriso storto in faccia. Ora le tempie grigie, ma gli occhi – sempre quel blu indagatore che taglia la sua facciata. Le sue mani sono infilate nelle tasche dei jeans, le gambe leggermente divaricate, una postura rilassata che fa subito vagare i suoi pensieri. Immagina come quelle mani potrebbero toccare il suo corpo – una visione che fa contrarre dolorosamente la sua fica umida.
«Jan… cosa ci fai qui?» La sua voce suona più rauca di quanto volesse – un fumo che sale dal profondo del suo petto.
«Vivo di nuovo in città. Da un mese.» Si siede sullo sgabello accanto a lei, la sua coscia sfiora brevemente la sua – un impulso elettrico che fa formicolare la sua pelle. «E tu? Sei stupenda.» I suoi occhi vagano lentamente sul suo viso, si fermano sulle sue labbra. Lei può sentire il suo respiro, un misto di birra e qualcosa di maschile che fa indurire i suoi capezzoli sotto il reggiseno.
Lei ride piano, un suono secco. «L’adulazione non ti porterà da nessuna parte.» Ma il suo cuore batte più forte, un rullo selvaggio nel suo petto. La distanza tra le loro braccia è solo un soffio – il calore del suo corpo filtra attraverso il tessuto della sua giacca. Sente la sua figa inumidirsi, un pulsare caldo che si diffonde tra le sue gambe. La sua gonna è abbastanza corta da farle sentire il bordo dello sgabello sulle cosce – un leggero sfregamento che intensifica la sua eccitazione.
Ordinano un altro giro. Lui racconta della sua separazione, lei del suo matrimonio, più abitudine che felicità – una casa vuota, un letto freddo, un uomo che non la vede più. Le parole fluiscono, mescolate all’alcol e al lieve crepitio che si diffonde tra loro come un incendio. La sua mano è sul bancone, a solo due dita dalla sua. Lei sente il calore senza toccarlo, un legame invisibile che attira le sue dita verso di lui. La sua fica umida si contrae, un crampo violento che quasi la fa gemere. Stringe le cosce, cerca di controllare il calore che sale, ma è impossibile.
«Mi sei mancata», dice lui a bassa voce. La sua voce è roca, come ghiaia sull’asfalto bagnato. «Il tuo modo di ridere. Quel suono, quando sei seccata.» Le sue dita sfiorano il suo avambraccio, un tocco quasi impercettibile che le incendia la pelle.
«Non mi hai mai seccata.» Mente. Ma in quel momento è la pura verità. La sua mente è una sola nebbia di desiderio e alcol. Vuole sentire le sue mani sulla pelle, il suo cazzo duro infilato nella sua fica, la sensazione di essere finalmente riempita di nuovo. I suoi capezzoli sfregano contro il tessuto del reggiseno, sensibili e duri come piccoli sassolini.
Fuori, la pioggia scroscia contro i vetri, un tamburellare ritmico che riempie il silenzio tra loro. Il bar si svuota. Il barista asciuga i bicchieri, la radio trasmette jazz soft, una melodia di sassofono che si diffonde per la stanza come fumo. Lena beve un sorso profondo, il gin brucia in gola, lasciando una scia di calore. Jan si avvicina, il suo ginocchio sfiora il suo. Una scossa elettrica – no, non un cliché, ma un chiaro, caldo tremore che dal ginocchio le scende fino al ventre, annidandosi lì, profondo e pesante. Sente la sua gamba attraverso il tessuto, la muscolatura soda che preme contro la sua coscia. La sua fica diventa ancora più umida, lo slip aderisce alle sue labbra, una sensazione umida e appiccicosa che le ricorda le tante notti in cui si è masturbata, sempre pensando a lui.
«Ne vuoi un altro?» La sua voce è roca, quasi un sussurro che le fa prudere la pelle. Il suo alito le sfiora l’orecchio, una nuvola calda che le dà i brividi sulla nuca.
«In realtà…» Esita. L’orologio sopra il bancone segna l’una meno mezza. A casa non l’aspetta più nessuno. Suo marito è in viaggio d’affari, la casa è vuota, solo il lieve ronzio del frigorifero e il silenzio. E nella sua testa un solo pensiero: lo voglio. Voglio il suo cazzo duro nella mia bocca, nella mia fica. Lo voglio fino al mattino. «In realtà voglio andare.»
Lui annuisce. «Ti accompagno.» La sua mano le cade sulla schiena, un tocco fermo e deciso che la fa vacillare. Lei si alza, le gambe molli, l’alcol e il desiderio che le fanno girare la testa. Cerca la sua spalla per trovare appoggio e sente la muscolatura dura sotto la camicia. Un brivido le corre lungo la schiena.
Fuori l’aria è fresca, un morso freddo che le arrossa le guance. La pioggia è cessata, ma l’asfalto luccica sotto i lampioni come vetro levigato. Camminano fianco a fianco, i loro passi in sincrono, come se i loro corpi si fossero sempre mossi all’unisono. La sua mano trova la sua schiena, leggera, come se volesse sostenerla – un tocco che brucia attraverso il tessuto bagnato del suo cappotto. Tacciono. Davanti alla porta di casa sua si ferma. La chiave è già nella serratura, lucida nella luce fioca. Il suo cuore batte così forte che pensa lui debba sentirlo.
«Devo entrare?», chiede lui, senza guardarla. La sua voce è bassa, trema appena. Lei vede la sua eccitazione, il rigonfiamento nei suoi pantaloni che si delinea chiaramente. Un’ondata calda di umidità le inonda lo slip.
Sì, pensa. No, pensa. Il suo corpo decide: lei gira la chiave, spinge la porta, i cardini cigolano piano. «Solo un caffè.» La sua voce è spenta, ma il suo corpo urla. Lo vuole ora. Qui. Subito.
L’appartamento è buio, solo la debole luce dei lampioni filtra attraverso le tende. Lei non accende la luce. Nel corridoio, tra l’attaccapanni e lo specchio, si gira. Le sue mani afferrano la sua vita, strette, come se dovesse trattenerla, la sua bocca trova la sua. Il bacio sa di gin e pioggia e di tutti gli anni che sono stati tra di loro. Lei si preme contro di lui, sente il suo corpo duro attraverso il tessuto bagnato – il calore del suo petto, la tensione dei suoi muscoli. Le sue mani scivolano sotto la sua giacca, sopra il maglione, trovano la pelle del collo – un fuoco che fa ardere la sua pelle d’oca. Lei geme piano, un suono che viene dal profondo.
«Non dovrei farlo», sussurra. La sua voce è fragile, un ultimo tentativo di salvarsi.
«Non dovremmo», risponde lui, ma le sue labbra succhiano il suo collo, proprio nel punto che l’ha sempre fatta impazzire – il punto sensibile dove il pulso batte più forte. Lei inclina la testa all’indietro, si abbandona, il suo corpo si scioglie contro di lui. Le sue mani trovano la sua cintura, la fibbia, e la slaccia, le dita che tremano di brama. Sente il suo cazzo duro attraverso il tessuto dei pantaloni, un filone spesso e pulsante che aspetta solo di essere liberato.
La trascina in soggiorno, la sua mano nella sua, le dita intrecciate. Sul divano, tra i cuscini, si sciolgono l’uno dall’altra. Le loro giacche cadono a terra – un tonfo sordo. Lui si inginocchia davanti a lei, solleva la gonna, scosta il collant che aderisce umido alle sue cosce. Le sue dita scivolano sul tessuto dello slip, trovano il calore, l’umidità. Lei è bagnata, già dal bar, un dolore caldo e pulsante. Lui lo sente, sorride, scosta lo slip. Il tessuto umido si attacca alle sue labbra mentre lui la scopre.
«Sei fradicia», mormora, la voce piena di desiderio. «Voglio assaggiarti.»
Si china, la sua lingua trova la sua fica umida, direttamente sulla pelle nuda e rosata. Un brivido di piacere la attraversa, una scossa elettrica che le inarca la schiena. Lui la lecca lentamente, con voluttà, la lingua le circonda il clitoride, già duro e gonfio che spunta dal suo involucro. Lei geme forte, un suono rauco che riecheggia nella stanza. Le sue mani gli afferrano i capelli, spingono la sua testa più a fondo nella sua fica. Lui succhia il suo clitoride, un ritmo dolce ma esigente che la porta sull’orlo della follia. Le sue gambe tremano, i suoi fianchi si sollevano verso di lui, e lei sente la prima ondata di piacere infrangersi nel suo corpo.
«Oh, cazzo, Jan, proprio lì», ansima, la voce quasi irriconoscibile. «Leccami la fica, leccamela tutta.»
Lui obbedisce, la sua lingua penetra nella sua apertura umida, assapora la sua bagnatura, il suo odore agrodolce. La sua lingua è abile, esperta, sa esattamente come tormentarla. La lecca dall’ingresso fino al clitoride, una lunga e lenta strisciata che la fa gemere. Poi prende il suo clitoride in bocca, lo succhia, mentre le sue dita scivolano nella sua fica – due, tre dita che la dilatano, la riempiono. Lei è così bagnata, così pronta, i suoi muscoli interni si contraggono attorno alle sue dita, un tubo caldo e pulsante.
«Scopami», implora, la voce una supplica. «Voglio il tuo cazzo. Adesso.»
Lui si raddrizza, si strappa via i pantaloni, le mutande. Il suo cazzo spunta fuori, lungo e grosso, il glande arrossato, una goccia di liquido lubrificante che luccica su di esso. Lei si lecca le labbra, la bocca le si riempie di brama. Vuole assaggiarlo, sentirlo in fondo alla gola. Ma lui ha altri piani. La spinge sul divano, le apre le gambe e si posiziona tra di esse. Il suo glande sfiora la sua apertura umida, una volta, due volte, un gioco provocante che la fa impazzire.
«Ti prego», geme, i fianchi che si sollevano verso di lui. «Scopami, Jan. Scopami forte.»
Lui affonda, una spinta profonda e dura che scuote tutto il suo corpo. Il suo membro penetra in lei, la riempie completamente, dilatando le sue pareti che subito si contraggono intorno a lui. Lei grida, un grido di piacere che echeggia nel silenzio dell’appartamento. Lui resta immobile per un momento, sentendo come lei si contrae intorno a lui, un condotto caldo e stretto che quasi lo trascina nell’abisso.
«Dannazione, Lena, sei così bella da sentire», sussurra lui, con il respiro a scatti. «Così stretta, così bagnata.»
Poi inizia a scopare, una spinta ritmica e potente che preme i suoi fianchi contro il divano. Ogni colpo raggiunge il suo punto più profondo, un dolore caldo ed elettrizzante che accresce il suo piacere. I suoi seni sobbalzano sotto il maglione, i capezzoli duri e sensibili. Lei si strappa il top, vuole sentire la pelle sulla sua pelle. Lui capisce, le toglie il maglione dalla testa, il reggiseno, libera i suoi seni. Sono pesanti, pieni, i capezzoli eretti come piccole bacche. Lui si china, ne prende uno in bocca, lo succhia, mentre continua a spingere dentro di lei. Il doppio stimolo la porta quasi all’estasi.
«Scopami più forte», ansima lei, le sue mani afferrano i suoi fianchi, spingendolo più a fondo dentro di sé. «Fammi venire.»
Lui aumenta il ritmo, le sue spinte diventano più dure, più profonde. Il ritmo è una danza selvaggia e incontrollata che li porta entrambi sull’orlo della follia. Lei sente l’orgasmo salire dentro di sé, un’onda che coglie tutto il suo corpo. I suoi muscoli interni si contraggono, un crampo violento che avvolge il suo membro. Lei grida il suo nome, un suono selvaggio, animalesco, mentre viene. Il suo corpo trema, i suoi fianchi si premono contro di lui, e lei sente il suo fluido caldo scorrere sul suo membro, spingendolo ancora più a fondo dentro di lei.
Lui geme, un suono rauco e gutturale, e poi lei sente che lui viene. Un getto caldo di sperma le schizza dentro, mescolandosi alla sua umidità. Lei sente ogni pulsazione del suo orgasmo, ogni ondata che attraversa il suo corpo. Lui crolla su di lei, entrambi con il respiro affannoso, i loro corpi sudati e tremanti.
«È stato…», inizia lei, ma lui la interrompe con un bacio sulla sua fronte.
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