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La prima volta per davvero

Racconti A Distanza · circa 11 min di lettura · Vietato ai minori di 18

Mi ero talmente preparata a questo momento che ora, che era arrivato, avrei voluto voltarmi e scappare. Ma il mio corpo non mi obbediva. La mia fica era già umida, solo al pensiero di vederlo finalmente, quell’uomo con cui avevo flirtato per tre mesi solo attraverso gli schermi.

Era lì, in fondo alla lunga scala mobile, tra tutti quei volti che erano solo di passaggio. Il suo sorriso era più ampio di quanto ricordassi dalle videochiamate, e non potei fare a meno di ricambiarlo. Per tre mesi avevamo flirtato solo attraverso gli schermi, e ora era reale – nessun pixel, nessun eco, solo un uomo con una valigia e una borsa da viaggio, che mi guardava come se fossi l’unica donna in quel terminale illuminato a giorno. Immaginavo il suo cazzo dentro di me, come mi avrebbe scopata, duro e profondo.

Mi avvicinai a lui, goffa, come se dovessi reimparare a muovermi. Le mie cosce si sfregavano l’una contro l’altra, e sentivo la mia fica diventare ancora più bagnata. Lui lasciò cadere i bagagli prima che lo raggiungessi, e mi tirò tra le sue braccia. Odorava di cabina aerea e di camicia fresca, e io affondai il viso nella sua spalla, mentre le sue mani esploravano la mia schiena, come per assicurarsi che fossi davvero di carne e ossa. Premetti i miei seni contro il suo petto, sentii la sua durezza attraverso il tessuto.

«Ehi tu», mormorò tra i miei capelli.

Alzai la testa, guardai i suoi occhi nocciola, che avevo tante volte accarezzato sullo schermo del mio telefono. «Ehi a te.»

Il suo bacio fu sorprendentemente dolce, quasi esitante. Una prova. Un assaggio. Sentii la punta della sua lingua premere contro le mie labbra, e mi aprii, lo lasciai entrare. Il bacio divenne più esigente, e dimenticai dove fossimo, finché un passeggero di fretta non urtò la mia spalla. Ci staccammo l’uno dall’altra, arrossendo, e ridemmo. Ma dentro bruciavo. Lo volevo lì, subito, sul pavimento freddo dell’aeroporto.

«Dovremmo andarcene da qui», dissi, e lui annuì e raccolse i bagagli.

In taxi ci tenemmo per mano, le nostre dita intrecciate, come per recuperare il tempo perduto. Il suo pollice accarezzava il dorso della mia mano, e sentivo ogni tocco fino all’ombelico, dove un nodo caldo si stringeva. L’autista chiacchierava del tempo, ma io non sentivo nulla, solo il fruscio del mio stesso sangue, che scorreva impaziente nelle mie vene. Immaginavo come mi avrebbe scopata più tardi, come il suo cazzo duro sarebbe scivolato nella mia fica umida, come mi avrebbe presa fino a farmi urlare.

La porta si chiuse e all’improvviso calò quel silenzio. Nessun rumore di fondo dell’aeroporto o del traffico, solo il nostro respiro che si faceva più rapido mentre ci guardavamo. L’aria tra di noi crepitava, pesante di parole non dette. Potevo vedere il suo cazzo attraverso i pantaloni, un rigonfiamento duro e grosso che premeva contro il tessuto.

«Non riesco a credere che tu sia davvero qui», dissi, e la mia voce suonò sottile, quasi un sussurro. La mia fica pulsava di desiderio.

Lui si avvicinò, lasciò cadere la valigia che atterrò sul parquet con un tonfo sordo. «Credici.»

Le sue mani si infilarono tra i miei capelli, tirando delicatamente le ciocche, e io chinai la testa all’indietro, offrendogli il collo. Lui non si fece pregare. Le sue labbra vagarono sul mio mento, sulla mascella, e poi succhiarono il punto sensibile sotto il mio orecchio. Un brivido mi percorse la schiena, e gemetti piano, afferrando la sua camicia e tirandolo più vicino a me.

Ci baciammo, questa volta con più fame, più impazienza. La sua lingua incontrò la mia, esigente, e io risposi alla pressione, lasciando che fosse lui a dettare il ritmo. Le mie mani trovarono l’orlo della sua camicia, scivolarono sotto, e sentii il calore liscio della sua pelle. Era sodo, i muscoli sotto le mie dita si tendevano mentre accarezzavo il suo ventre. Il mio polso martellava in gola. Quasi potevo odorare il suo cazzo, quell’odore maschile che mi faceva impazzire.

«Ti voglio», disse, le parole un alito caldo contro la mia bocca.

«Allora prendimi. Scopami, duro e profondo.»

Lui strattonò la mia camicetta, i bottoni volarono via, uno saltò e rotolò sul pavimento, ma non ci importava. Lo aiutai a liberarmi del tessuto, e rimasi davanti a lui in reggiseno di pizzo nero, i miei capezzoli già duri sotto la stoffa sottile. Lui mi fissò, il suo sguardo scuro di bramosia, come se volesse divorarmi. Le sue mani tremavano mentre afferrava il mio reggiseno.

«Sei così dannatamente bella», mormorò, e sentii il rossore salirmi alle guance, ma il suo sguardo non mi lasciava. «Voglio leccarti la fica finché non vieni.»

Lui venne verso di me, le sue mani mi afferrarono la vita, e mi baciò di nuovo mentre mi spingeva all’indietro verso la camera da letto. Inciampai, risi, e finimmo abbracciati sul mio letto, che spalancò le sue braccia come se avesse aspettato solo noi. Sentii il suo cazzo duro premere contro la mia coscia, e non potei resistere: lasciai scivolare la mia mano laggiù.

Eravamo sdraiati su un fianco, uno di fronte all’altra, e le nostre mani iniziarono a parlare un linguaggio tutto loro. Le sue dita vagavano sulla mia spalla, sul mio braccio, scendendo fino al mio fianco, mentre io accarezzavo il suo viso, sentendo la leggera ombra di barba sulla sua guancia. Ma la mia altra mano era occupata. Aprì la sua cintura, il bottone dei pantaloni, la cerniera. Infilai la mano e sentii il suo cazzo attraverso il tessuto dei boxer, spesso, duro e caldo.

«Me lo sono immaginato così tante volte», disse, la voce roca di desiderio. «Tenerti tra le mie braccia. Toccarti. Leccarti la fica.»

«E adesso?» Tirai giù i suoi boxer e il suo cazzo spuntò fuori, magnifico ed eretto. La grossa testa rossa brillava di umidità. Lo afferrai, sentendo la sua durezza, il suo calore. Era così grande che riuscivo a malapena a chiudergli la mano intorno.

Non rispose, ma si chinò e prese il mio capezzolo in bocca attraverso il reggiseno. Trattenni il respiro mentre la sua lingua circondava il duro bocciolo, inzuppando il tessuto. Le mie mani si aggrapparono ai suoi capelli, tenendolo stretto mentre lui succhiava da un lato e allo stesso tempo massaggiava l’altro con la mano. Un dolce dolore mi attraversò, dritto nella mia fica, che ora era umida e pronta.

«Di più», sussurrai, e lui obbedì, facendo scattare la chiusura del reggiseno e facendo scivolare le bretelle dalle mie spalle. Ora giacevo nuda davanti a lui, i miei seni liberi e pesanti, e lui trattenne il respiro mentre mi guardava. Le sue pupille erano dilatate, quasi nere. Prese uno dei miei capezzoli in bocca e succhiò forte, mentre la sua mano massaggiava l’altro.

«Voglio assaggiarti», disse, e prima che potessi rispondere, scivolò lungo il mio corpo, le sue labbra lasciando una scia di baci umidi sulla mia clavicola, tra i miei seni, sul mio ventre. Tremavo sotto il suo tocco, ogni fibra del mio corpo era tesa, in attesa di altro. Baciò il mio ombelico, i miei fianchi, e poi le sue mani erano sulle mie cosce, che aprì dolcemente.

Le sue mani allargarono le mie cosce, e io mi aprii per lui, lasciandolo guardare nella mia zona più intima. La mia fica era già umida, scivolosa di desiderio, le labbra gonfie e rosa. Quando si chinò, il suo respiro caldo sulla mia pelle sensibile, sussultai. E poi – finalmente – sentii la sua lingua.

Un grido mi sfuggì quando trovò il mio clitoride. Lo leccò dolcemente, poi con insistenza, la sua lingua circondava la piccola perla, mentre le sue mani spingevano le mie cosce ancora più aperte. Immerse la lingua nella mia fica, in profondità, e io inarcai la schiena, premendomi contro il suo viso. La sua bocca era ovunque, leccava, succhiava, mordicchiava, finché pensai di svenire.

«Sì, proprio lì!», ansimai, le mie mani si affondarono nei suoi capelli, tirandolo più vicino a me. «Leccami, sì, leccami la fica!»

Lui obbedì, infilò due dita dentro di me, mentre la sua lingua continuava a deliziare la mia clitoride. Sentivo la mia figa pulsare attorno alle sue dita, come la marea montasse dentro di me. Era troppo, troppo intenso. Il mio primo orgasmo mi travolse, un’onda di piacere che fece tremare tutto il mio corpo. Urlai quando i crampi mi attraversarono, e lui continuò a leccare fino a che l’ultimo brivido non si fu spento.

Il sesso inizia

Lui si raddrizzò, il suo viso lucido della mia umidità. Sorrise, un sorriso selvaggio e famelico. Il suo cazzo era dritto e duro, la grossa testa rossa e lucente. Mi misi a sedere, lo afferrai e lo guidai verso la mia bocca. Aprii le labbra e lo presi in fondo alla gola, il più profondo che potevo. Lui gemette quando accarezzai il suo cazzo con la lingua, lo leccai e lo succhiai finché non tremò.

«Cazzo, che bella sensazione», gemette, le sue mani nei miei capelli. «La tua bocca è così dannatamente calda.»

Lo presi ancora più a fondo, fino a soffocare, ma non smisi. Amavo sentirlo, il suo sapore sulla mia lingua. Era salato e maschile, e ne volevo ancora. Lo volevo dentro di me, nella mia figa, profondo e duro.

«Voglio scoparti», disse, la voce roca dal desiderio. «Voglio penetrare la tua fica finché non urli.»

Lo lasciai andare, mi sdraiai sulla schiena e spalancai le gambe. La mia figa era umida e pronta, le labbra aperte, pronta ad accoglierlo. «Allora fallo. Scopami, duro e profondo. Voglio sentire il tuo cazzo dentro di me.»

Lui si chinò su di me, il suo cazzo sfiorò la mia umida apertura. Sentii il calore che emanava da lui, e non potei più aspettare. Lo afferrai e lo guidai dentro di me. Con un unico, potente colpo, penetrò in me, profondo e duro. Urlai quando riempì la mia figa, ogni piega, ogni sensazione. Era come se il mio corpo esplodesse.

Iniziò a spingere, prima lentamente, poi più velocemente. Ogni spinta era profonda, fino in fondo, e sentivo il suo cazzo toccare il mio utero. Avvolsi le gambe attorno ai suoi fianchi, tirandolo più a fondo, sempre più a fondo. I suoi movimenti divennero ritmici, duri e potenti, e non potevo fare altro che aggrapparmi e sentirlo.

«Sì, così, proprio così!», ansimai, le mie mani sulla sua schiena mentre si chinava su di me. «Scopami, scopami duro!»

Lui si chinò più in basso, la sua lingua trovò il mio collo, le mie orecchie, mentre continuava a spingere. La sua mano vagò tra i nostri corpi, trovò la mia clitoride, e iniziò a strofinarla, al ritmo delle sue spinte. Sentii una seconda ondata di piacere montare dentro di me, più potente della prima.

«Vengo», gemetti, il mio corpo cominciò a tremare. «Vengo, sì, fot-timi, fot-timi!»

Lui spinse ancora più forte, le mani sui miei fianchi mentre mi prendeva. Il mio orgasmo esplose, un’esplosione di piacere che mi scosse tutta. Urlai, gemetti, non riuscivo più a controllare nulla. La mia fica si contrasse, stringendo il suo cazzo, e sentii che si fermava, che percepiva il mio tremore.

«Continua», sussurrai, quando i crampi si attenuarono. «Voglio che venga anche tu.»

Lui riprese a spingere, più veloce, più forte, gli occhi chiusi, il volto contratto dallo sforzo. Sentii il suo cazzo pulsare dentro di me, tendersi, un attimo prima del culmine. Poi gemette forte, e lo sentì riversarsi in me, caldo e abbondante. Spinse ancora un paio di volte, poi cadde su di me, esausto e ansimante.

Rimanemmo lì, avvinghiati, i nostri corpi umidi e viscidi di sudore e sperma. Sentivo il suo battito contro il mio petto, lento, calmo. Mi baciò dolcemente sulla fronte, e io sorrisi.

«È stato… incredibile», disse, la sua voce un sussurro.

Mi strinsi a lui, sentendo ancora il suo cazzo molle dentro di me. «È stato meglio di quanto avessi mai immaginato.»

E mentre restavamo così, seppi che questo era solo l’inizio. La notte era ancora giovane, e avevamo così tanto tempo per scoprirci, per fotterci, ancora e ancora. Non vedevo l’ora.

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