La pioggia tamburellava contro i vetri mentre Lena chiudeva la porta alle sue spalle. «Non sarei dovuta venire», disse, ma la sua voce suonava incerta, quasi interrogativa, come se cercasse un appiglio che le parole non potevano darle.

Lukas era appoggiato al davanzale, le mani infilate nelle tasche dei jeans. Fuori l’acqua scorreva in grossi rivoli, offuscando la vista dell’asfalto bagnato. L’aria odorava di umido e di un sentore di caffè. «Perché no? Siamo adulti. Due vecchi amici che si rivedono dopo anni.»
Lei stava lì, la giacca bagnata ancora sul braccio, e lo scrutava. Lui era cambiato poco. Le stesse rughe d’espressione intorno agli occhi, lo stesso tratto malizioso intorno alla bocca che allora, a sedici anni, l’aveva fatta sciogliere. Solo il grigio alle tempie era nuovo, e una certa serenità che lo rendeva ancora più attraente. Sentì il polso accelerare.
Reincontro dopo anni
«Dunque vivi ancora qui», disse, per colmare il silenzio che si diffondeva tra loro come il fruscio della pioggia.
«Sì, la casa dei miei nonni. L’ho ereditata quando sono morti. E tu? Ti piace Amburgo?»
Lei annuì, lasciando cadere la giacca su una poltrona. «È bella. Mio marito lavora molto, ma ci sono abituata.» La frase suonò più amara di quanto avesse voluto. Lukas sembrò non perdersela. Si avvicinò, fermandosi a mezzo metro da lei.
«Hai un aspetto stanco, Lena.»
«Sono stanca», ammise. «Stanca di tutto. La routine, gli obblighi… a volte mi chiedo dove sia finito il tempo.» Si guardò, i vestiti bagnati. «Forse ho dimenticato chi ero una volta.»
Lui inclinò la testa. «Ti ricordi quando ballavamo sotto la pioggia? Alla festa del paese, quando la band aveva smesso di suonare e noi continuavamo a ballare, finché i baci non ci sapevano di lingua?»
Lena sentì un formicolio alla bocca dello stomaco, che non provava da molto tempo. «Sì, mi ricordo.» Alzò lo sguardo verso di lui. I suoi occhi erano scuri, pieni di ricordi, pieni di possibilità. «Allora tutto sembrava più leggero.»
Desiderio inespresso
Fuori la pioggia si fece più forte, tamburellando sul tetto come se volesse cancellare il mondo là fuori. Solo loro due esistevano ancora in quel momento, in quella stanza che odorava di legno vecchio e terra umida. Il crepuscolo tingeva la stanza di grigio e di angusto.
«Ho spesso pensato a te», disse Lukas a bassa voce. «A quell’estate. Alla tua pelle sotto le mie mani.» La sua voce era roca, come se le parole gli costassero fatica.
«Lukas…»
«Lo so, sei sposata. Ma devo dirti che non ho mai smesso di desiderarti.» Fece un passo verso di lei, e lei non indietreggiò. «Solo una volta, Lena. Una sola volta, per sapere se la sensazione è ancora lì.»
Il suo cuore batteva più forte e sentì il calore salirle dentro. “È pazzesco”, sussurrò, ma il suo corpo parlava un’altra lingua. Si avvicinò a lui, annusò il suo profumo, che le ricordava i tempi passati. “E se non fosse più come allora?”
“Allora lo sapremo”, disse lui, chinandosi verso di lei finché le sue labbra quasi toccarono le sue. “Dimmi che non vuoi, e ti lascerò andare.”
Lei tacque. Invece, chiuse gli occhi e lo lasciò fare.
Il primo bacio
La sua bocca era dolce, indagatrice, eppure piena di desiderio. Sentì la sua lingua aprirle le labbra, assaporarla come se dovesse assicurarsi che fosse reale. Le sue mani trovarono la sua nuca, lo attirarono più vicino, mentre un gemito le saliva in gola. Era come un déjà-vu, solo più intenso.
Lui si staccò per un attimo, la guardò. “Vieni”, disse, prendendole la mano. La condusse attraverso il corridoio fino alla camera da letto, buia e silenziosa. Le tende erano tirate, filtrava solo la luce grigia del pomeriggio. Profumava di lenzuola fresche e di lui. Il letto era grande, disordinato, pieno di promesse.
Erano in piedi accanto al letto, e lui cominciò a sbottonarle la camicetta. Le sue dita erano abili, ma esitanti, come se non volesse affrettare quel momento. Camicia dopo camicia cadde a terra. Poi il suo reggiseno, e quando vide i suoi seni, gli sfuggì un lieve sospiro. L’aria fresca fece indurire i suoi capezzoli.
“Sei così bella, Lena. Ancora più bella di allora.”
Lei arrossì sotto il suo sguardo, sentì i suoi capezzoli irrigidirsi per la sua attenzione. Lui si chinò e ne prese uno in bocca, lo circondò con la lingua, succhiò dolcemente. Lei inarcò la schiena e affondò una mano tra i suoi capelli. Un brivido le percorse la schiena.
Preludio sotto un cielo grigio
Le sue mani scesero più in basso, aprirono la sua cerniera, fecero scivolare la gonna a terra. Lei rimase davanti a lui solo con le sue mutandine, sentì le sue dita che le accarezzavano il ventre, lungo l’interno delle cosce. I suoi tocchi erano leggeri come piume, la facevano tremare. Quando la toccò attraverso il tessuto, lei sussultò.
“Sei già così bagnata”, mormorò lui, e lei sentì la vergogna, ma anche l’eccitazione che montava dentro di lei. L’umidità era innegabile, una prova del suo desiderio.
“Ti voglio”, sussurrò lei. “Adesso.” La sua voce era rauca, pressante.
Lui le scostò le mutandine, e le sue dita si immersero in lei, lentamente, come se dovesse imprimersi ogni millimetro. Lei ansimò quando lui trovò il suo clitoride, lo massaggiò con movimenti circolari, finché le sue gambe cominciarono a tremare. Sentì la tensione crescere dentro di lei, come un muscolo che si contraeva.
“No”, sbottò. “Non voglio venire prima che tu sia dentro di me.”
Lui sorrise, le tolse la mano e si spogliò. Il suo corpo era snello, muscoloso, e il suo membro era eretto, il glande lucido di umidità, bagnato da una goccia. Lei allungò la mano, lo afferrò, sentì il calore e la durezza sotto il palmo. Lui gemette piano quando lei lo accarezzò, una volta, due volte, poi lei lo lasciò andare e si sdraiò sul letto, le gambe leggermente aperte.
Unione nella luce della pioggia
Lui si chinò su di lei, appoggiandosi sulle braccia. «Sei sicura?», chiese, ancora una volta, come se dovesse rispettare il confine. Lei annuì, lo attirò a sé, sentì la punta del suo membro alla sua apertura.
«Sì, Lukas. Ti voglio. Solo questa volta.»
Poi lui penetrò in lei. Lentamente, centimetro dopo centimetro, finché non fu completamente dentro di lei. Lei sentì come la riempiva, come il suo corpo si adattava al suo, come se non fosse mai passato altro tempo. Un senso di completezza la travolse. Lui iniziò a muoversi, ritmicamente, prima dolcemente, poi con più insistenza. Lei avvolse le gambe attorno ai suoi fianchi e gli andò incontro, ogni movimento una danza che la portava più in alto. I loro fianchi si incontravano in una perfetta armonia.
La pioggia fuori si fece più forte, coprendo i loro ansimi e i suoi gemiti. Lei sentì la tensione crescere dentro di sé, tutto contrarsi, e si aggrappò alla sua schiena, le unghie che si conficcavano nella sua pelle. Il sudore si mescolava sui loro corpi.
«Vieni con me», sussurrò lui, e lei sentì che iniziava a pulsare dentro di lei, e questo la fece precipitare oltre il limite. Un grido, mezzo soffocato nel suo collo, e poi le ondate di liberazione che attraversarono il suo corpo, che finalmente la lasciarono andare. Lei tremava, il respiro a scatti.
L’eco
Giacevano fianco a fianco, sudati e senza fiato. La pioggia diminuì, diventando un leggero crepitio. Lukas girò la testa verso di lei e sorrise. «È stato… più di una volta sola», disse.
Lei rise piano. «Sì. Lo è stato.» Sapeva che quella non era la fine. Che quel pomeriggio piovoso aveva cambiato tutto. Sarebbe tornata a casa, da suo marito, ma una parte di lei sarebbe rimasta per sempre lì, con Lukas, in quella casa in cui il tempo si era fermato per un istante. Chiuse gli occhi e inspirò l’odore di pioggia e desiderio.
Dopo un po’, si girò su un fianco e lo guardò. Le sue dita tracciavano le linee sul suo petto, i contorni dei suoi muscoli, che si tendevano sotto il tocco leggero. «Ho la sensazione che il tempo si sia fermato», disse piano. «Come se avessi di nuovo sedici anni e non avessi responsabilità, nessun dubbio.»
Lui le posò una mano sulla sua, la portò alle labbra e baciò le sue nocche. «Oggi sei esattamente quella che eri allora. Solo più forte, più bella.» I suoi occhi si posarono su di lei, pieni di tenerezza. «E io sono ancora quello che sapeva farti ridere, anche quando eri triste.»
Un sospiro le sfuggì. Si chinò e lo baciò, questa volta più lentamente, più profondamente, come se volesse fermare il tempo. La sua mano le scivolò lungo la schiena, attirandola a sé, finché i suoi seni non premettero contro il suo petto. Sentì come lui si induriva di nuovo sotto il suo tocco.
«Ancora una volta?», chiese lui sussurrando, con le labbra all’orecchio di lei. Lei annuì, senza esitare.
Questa volta fu lei a prendere il comando. Si sollevò, gli scavalco una gamba e si lasciò cadere su di lui, lentamente, con voluttà. Sentì come lui scivolava dentro di lei, come la riempiva, e un gemito profondo le sfuggì. Iniziò a muoversi, con le mani appoggiate sul suo petto, facendo roteare i fianchi. Lui afferrò i suoi fianchi, aiutandola a trovare il ritmo. La pioggia fuori era quasi cessata, solo qualche goccia isolata cadeva ancora dalla grondaia. La stanza era piena dei loro respiri, del lieve schioccare dei loro corpi, dell’odore del desiderio.
Lei sentì il secondo orgasmo montare, come un’onda che la sollevava sempre più in alto. Quando lui venne, con un grido soffocato, lei lo seguì, e sprofondò su di lui, esausta e felice. In quel momento non c’erano sensi di colpa, né matrimonio, né mattini. C’erano solo loro due, nel caldo bagliore dell’unione.
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